Pasticceria Rovida: dal 1956, la Milano che sa ancora di artigianale

La Pasticceria Rovida non è solo una pasticceria. È un pezzo di quartiere, un punto di riferimento per chi parte e per chi torna, una storia di famiglia che attraversa quasi settant’anni di Milano. E dal 2006, è anche la storia di due sorelle che hanno scelto di non cambiare quasi nulla — almeno nelle cose che contano.

“Io sono Maria Grazia e sono la proprietaria e una delle socie del bar Pasticceria Rovida, una pasticceria storica nata nel 1956”, racconta la più grande delle due. “Noi l’abbiamo rilevata nel 2006 e abbiamo continuato la tradizione.” In via Domenico Scarlatti 21, vicino alla Stazione Centrale, la pasticceria è diventata nel tempo qualcosa di più di un semplice locale di quartiere: chi parte prende il caffè qui, chi arriva si ferma a fare colazione. Una via di transito che ha trovato il suo punto fermo.

Due sorelle, due laboratori, un’unica bussola

Il progetto di Rovida è, come dice Caterina — la sorella che gestisce la produzione — “tutto al femminile”: lei, Maria Grazia e la loro mamma Grazia. Tre donne, tre caratteri forti, e una divisione dei ruoli che funziona proprio perché ciascuna sta nel suo posto.

“Io mi occupo del laboratorio e tutto quello che riguarda la produzione, l’approvvigionamento delle merci, la lavorazione, la gestione degli ordini, la ricerca di nuove ricette”, spiega Caterina. “Mia sorella Maria Grazia con mia mamma si occupano del negozio e quindi del rapporto con il cliente — che è, devo dire, molto impegnativo. Ci vuole un carattere per quello.”

Maria Grazia, dal canto suo, sorride: “Lei è più per la parte di laboratorio, più sperimentale, più di produzione. Io sono più a contatto con il pubblico. Ha funzionato questo mix.”

La ricetta del 1956, ancora quella

La pasta frolla di Rovida è la stessa del 1956. La crema pasticcera anche. Non è nostalgia — è una scelta precisa, quasi filosofica.

“Le uova sono quelle, il latte è quello”, racconta Maria Grazia. “Non abbiamo cambiato una virgola.” Qualcosa nel processo produttivo è stato adattato nel tempo, per normative o per agevolare il lavoro, ma la ricetta nell’anima è rimasta intatta.

Eppure Rovida non è ferma. Caterina lavora costantemente su nuove proposte — una brioche vegana senza margarina, il cold brew in caffetteria, prodotti senza glutine — ma con un criterio chiaro: “La bussola è che un prodotto esce dal laboratorio e viene venduto quando è buono. Non è una ricerca per fare le stravaganti, è sempre la ricerca di una cosa buona.”

Il prodotto simbolo di questa filosofia è il biscotto Single, nato per la Festa dei Single e diventato un classico dell’anno: fatto con farina di arachidi, ripieno di caramello salato, ricoperto di cioccolato. “Si basta da solo”, dice Caterina. Dolce e salato insieme, unico come dovrebbe essere ogni artigianale che si rispetti.

Pasticceria artigianale in un mondo che si standardizza

Maria Grazia sul tema della globalizzazione ha le idee chiare — e non le manda a dire.

“Ormai è tutto uguale, in tutti i campi. Qua puoi mangiare una cosa che puoi mangiare anche all’altra parte del mondo. E un po’ perde il senso.” La pasticceria artigianale, per lei, è una resistenza necessaria: “Stiamo perdendo un po’, ma si tornerà. Questa cosa del diverso, dell’unico.” La modernizzazione può e deve entrare nella produzione, per facilitare il lavoro — ma lo standard, quello no.

Caterina aggiunge un dettaglio che dice tutto sul loro approccio: stanno aprendo una gastronomia. Non si fermano, ma non si perdono. “Abbiamo questa attenzione verso quello che ci succede attorno, le esigenze delle persone. Ma la bussola rimane sempre quella.”

Soplaya, tra praticità e qualche pensiero aperto

Caterina arriva all’esperienza con Soplaya con già una storia alle spalle — una realtà simile, poi chiusa — e senza preconcetti. “Una volta che ho visto l’applicazione, ho navigato un po’, il sistema era pratico, mi sono lanciata subito.” Il valore che apprezza di più è la libertà di orario: “Con il cellulare devo essere in grado di fare il mio ordine. Soplaya sì — magari non puoi mandare un messaggio a un fornitore alle 10 di sera e pretendere che le cose arrivino il giorno dopo.” E poi c’è lo storico degli ordini, le statistiche di spesa mensile, la possibilità di confrontare fornitori diversi da un unico punto. In una sola parola, per Caterina, Soplaya è “funzionale”.

Maria Grazia, che si occupa più della parte amministrativa, racconta bene com’era prima: “Avevi più soggetti, quindi più problemi. Con la frutta e verdura soprattutto — arrivava il fattorino, l’arancia non andava, la fragola non andava bene, dovevi chiamare il responsabile. Perdevamo molto più tempo.” L’idea di avere un unico interlocutore con più fornitori tra cui scegliere le aveva convinte subito.

Sul presente, Maria Grazia è onesta: alcune difficoltà nelle consegne hanno un po’ incrinato quella comodità iniziale, e lei non lo nasconde. È lo stesso sguardo diretto con cui gestisce il negozio ogni giorno — nessuna patina, solo la realtà.

Quello che resta, in ogni caso, è una pasticceria che sa chi è. Una che ha attraversato quasi settant’anni di Milano senza smettere di fare le cose a modo suo, con le mani in pasta — nel senso più letterale possibile.

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